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serafino carmine fun

VERBANIA – 24.07.2019 – Un uomo generoso,

mite, buono e altruista che ha lottato contro una malattia terribile e alla fine se n’è andato con serenità. E con fede. È nel ricordo di don Egidio Borella che si fissa la figura di Serafino Carmine. L’ex presidente dei Pacian da Intra –schierati oggi con affetto e cordoglio a fianco del feretro, in una basilica di San Vittore gremita per il funerale– s’è spento l’altro giorno a 73 anni. Gli ultimi sono stati difficili, spesi contro un male che gli ha letteralmente negato l’aria, senza riuscire a togliergli quell’alito di vita che la Bibbia racconta Dio abbia dato all’uomo. Quello spirito di un uomo profondamente religioso che in ultimo, ha rivelato don Egidio, ha voluto radunare al suo capezzale (era da tempo ricoverato all’Hospice San Rocco) la numerosa famiglia per salutarla. Sette fratelli, tanti nipoti, la moglie Bianca e i figli Andrea e Mauro sono stati gli affetti più cari, cui ha affidato –come ha detto una nipote al termine della cerimonia– un ricordo indelebile e un esempio da seguire. Ma c’era anche la famiglia dei Pacian e la comunità verbanese cui ha dedicato tanto impegno disinteressato, anche come volontario del Cai alla Maratona della Valle Intrasca.

“Serafino ha lasciato un mondo migliore di quello che ha trovato”, ha affermato, evocando un detto scout, il prevosto di San Vittore don Costantino Manea. Quel San Vittore patrono che, immancabilmente ogni 8 maggio, Serafino festeggiava allo stand gastronomico dei Pacian, cucinando il tradizionale risotto “scigull e luganig”, servito in piazzetta Giovanni Fasana, all’ombra del campanile, in una piazza intitolata a un altro ex presidente dei Pacian. Come cucinasse l’ha spiegato, a modo suo e con quell’ironia che contraddistingue anche il Carnevale festeggiato innumerevoli volte insieme –Carmine anche come improvvisato ballerino di fila– Claudio Loraschi. Il Console Pacian, compagno di tante avventure ha rivelato, rigorosamente in dialetto, che le grandi doti dell’amico scomparso s’opponevano a un grave difetto: la passione per la “scigulla”, la cipolla che metteva dappertutto: nel risotto, nell’insalata, nei pomodori… E il congedo al “Serafo” è stato un ammonimento a fare il bravo: stai attento a non portare troppa scigulla in Paradiso, che se il buon Dio non ne sopportasse l’odore o non la digerisse, ti spedirebbe in purgatorio.

 

 

 

 

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